The Blues Brothers: il ritmo è la chiave

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Name: 
Darchino
First Name: 
Stefano
Category: 
cult
Language: 
Italian
The Blues Brothers: il ritmo è la chiave

Il ritorno al cinema dei Blues Brothers è uno stimolo a parlare nuovamente di questo classico intramontabile. Dopo averlo ammirato sul grande schermo si può comprendere più chiaramente come il segreto della quarta pellicola di John Landis sia il ritmo. Non solo il ritmo della musica, quel blues travolgente che accompagna tutte le avventure del mitico duo, ma anche il ritmo visivo e del montaggio, così come i rumori propedeutici al montaggio stesso.

Da questo punto di vista la sequenza iniziale è illuminante: il regista sembra non aver dimenticato la lezione dell’incipit di Viaggio a Tokyo (il suono martellante delle raffinerie petrolifere diventa il battere dei passi sulle grate), così come il montaggio parallelo e l’asincronismo à la Ejzenstejn (alcuni latrati accompagnano le immagini delle statue canine poste attorno al penitenziario). Con questa lunga, silenziosa sequenza, in cui non sono i dialoghi ma i ritmi a fare da padroni, Landis dimostra una profonda conoscenza della teoria cinematografica, per poi virare verso un più pacato découpage classico. Con questa strizzata d’occhio agli spettatori più smaliziati, il regista sembra giocare con loro, convincerli che, in fondo, il suo prodotto non è completamente incorporato nel “sistema”. Ad esempio, nonostante l’enorme budget a disposizione, la commedia vanta una quantità incredibile di bloopers - ma che importa! Il film vive (e sopravvive ancora oggi) grazie ad un’anarchia di fondo, a una libertà liberatoria che si sfoga contro il consumismo (la sequenza dell’inseguimento nel centro commerciale), la polizia (sappiamo bene cha figura faccia nel film) e i fanatismi (come i famosi “nazisti dell’Illinois”).

Nel loro girovagare per gli USA i due fratelli prendono in giro e dissacrano (rinvigorendo e destrutturando stereotipi) ogni categoria "di statunitense": dai neri funky che saltano in chiesa ai rozzi country-men zoticoni, dai ricconi altezzosi e insofferenti agli italoamericani con tanto di santini in casa. E infatti è tutto filologicamente corretto: il patrigno dei Blues conserva dei poster di Martin Luther King e Malcom X, segno di una coscienza politica non nascosta o rinnegata ma completamente amalgamata all’ironia che mantiene strutturalmente il film. Inoltre, aleggia un senso di nostalgia e di malinconia: si tratta di ricostituire una “banda” che ormai non c’è più, e tutti i suoi componenti si sono ridotti a fare lavoretti, come se la carriera avesse voltato loro le spalle. Solo Jake ed Elwood rimangono sempre gli stessi. Anche esteticamente, dall’inizio alla fine continuano a vestire quel caratteristico abbigliamento nero e bianco come i tasti di un piano: una seconda pelle che li ha trasformati in icone. I loro corpi paiono immutabili: non solo rimangono illesi agli attentati da parte della ex di Jake, ma continuano a proseguire per la loro strada come se nulla fosse (molto in stile cartoon), spinti da un “eroismo” (in fondo combattono per una giusta causa: salvare un orfanotrofio) a tratti davvero “divino”.

Il fascino dei protagonisti deriva anche dal mistero che li avvolge: di Jake non sappiamo come sia finito in prigione, di Elwood come si sia arrangiato durante l’assenza del fratello. Ma questi vuoti vengono riempiti da una caratterizzazione perfetta, e da una grande voglia di giocare e di non prendersi sul serio. Lo dimostrano i numerosi camei (Landis compreso) e lo spassoso finale con l’intera crew che si aggiunge al canto. Blues Brothers è un inno alla gioia che fa ritrovare la felicità dopo ogni visione.