Inland Empire

Informazioni Personali
Cognome: 
Montefalcone
Nome: 
Tommaso
Categoria: 
cult
Lingua: 
Italiano
Inland Empire
Inland Empire

Lynch fa solo cult. L’enigmatica struttura a puzzle di quest’opera disorienta lo spettatore più tradizionale e lo coinvolge in due rare e preziose esperienze emozionali: sensoriale, dove a contare sono l’intuizione e il puro piacere della visione, più che la presenza di filtri narrativi, culturali e tematici; e percettiva, dove conta la mente umana che abitiamo, senza mai uscirne, e sentiamo vibrare sotto pelle. Estremizzando l’idea originaria di Eraserhead, Lynch conclude un’analisi sull’inconscio mediante un’ideale trilogia composta da Strade perdute, Mulholland Drive ed Inland Empire. Ma se nei primi due c’erano legami con la realtà oggettiva, nell’ultimo manca qualsiasi riferimento ad eventi che hanno causato traumi e tormenti. Trionfa solo una soggettività diffusa e la realtà oggettiva è evocata ma mai esplicitata. Lo scopo della pellicola è farci vivere il mistero più insondabile. Mistero incanalato nel quadro dell’inconscio umano e dell’amore, nonché dell’essenza delle storie, delle immagini e del rapporto finzione-realtà.

La trama, apparentemente incomprensibile e illogica, è un sofferto racconto di liberazione effettuato a tappe: una “ragazza perduta” tenta di sondare il proprio oscuro inconscio attraverso un auto-psicanalisi mirata a far guarire le sue ferite più intime e ritrovare integrità e riconciliazione con sé stessa e il suo passato. Il film s’incornicia tra l’iniziale sentimento di paura e prigionia interiore della ragazza e l’epilogo liberatorio, di quando Nikky sparisce baciando la sua alter ego. È ormai pacificata e consapevole della sua nuova dimensione femminile indipendente da sottomissioni e tabù coniugali. Di nuovo regina del suo mondo interiore, può godersi il musical corale dell’amore, della verità e della speranza nel futuro. Procedendo per analogie, associazione di idee, universi pluridimensionali in cui personaggi e spettatori si perdono e si trovano, l’autore compone il film come un percorso metafisico e labirintico: per giungere alla soluzione di un mistero, alla salvezza di qualcuno, si devono percorrere storie immaginarie o figurazioni mentali, in cui il vero, per essere tale, deve passare attraverso il falso. Inland Empire ne è l’allegoria. Il cuore delle cose può essere scoperto soltanto attraverso la svalutazione di qualsiasi realtà oggettiva, spaziale, temporale o causale. Nel film ogni frase o immagine è intercambiabile, esprimendo così la mancanza di punti di riferimento oggettivi non solo all’interno della mente umana, ma forse anche all’interno della realtà stessa. Attraverso l’incubo e il sogno ad occhi aperti percepiamo la realtà interiore delle cose, il loro volto. All’interno della mente tutto è ambiguamente e inquietantemente parificato: sogno o ricordo, desiderio o ipotesi, perdono importanza e distinzione, e lasciano aperti infiniti sviluppi. Tante sono le alternative, le deviazioni, le coincidenze e i parallelismi, nonché le sospensioni e gli incastri di un’idea o di un immagine, di un film o di una vita.

Mente, realtà e cinema si ritrovano così sullo stesso terreno. Quello dell’immagine. La sua natura non è rigidamente definita, le sue parti non hanno uno statuto semantico fisso. L’immagine ammette uno scambio, un gioco di sostituzioni e interferenze. Per questo bisogna tentare d’interpretarle e oltrepassarle. Accogliere e aprire le porte del mistero. Nutrirsi dell’ambiguità proveniente da mondi altri. E alla fine cercare di ottenere la liberazione individuale. "La mente è stridore di denti", si dice nel film. Ma forse non è la sola.