La caccia: perché non è un cult?

Personal Infos
Name: 
Soffietti
First Name: 
Folco
Category: 
cult
Language: 
Italian
The Chase

Ha tutte le potenzialità di un cult, La caccia: il produttore Spiegel, un buon regista, Arthur Penn, degli ottimi attori, Marlon Brando, Robert Duvall, Jane Fonda, Robert Redford, e, in più, una vicenda drammatica trasportata sul grande schermo da un’opera teatrale di successo. Il fatto che non lo sia è probabilmente dovuto ad una sua sottovalutazione. Certo, storicamente questa rappresentazione della gretta provincia americana si pone in un contesto sfortunato, potremmo dire in ritardo.  Quando uscì, nel 1966, l’interesse verso l’anima profonda degli Stati Uniti stava pian piano scomparendo; erano passati gli anni in cui lo stesso Brando ne rappresentava l’aspetto più ribelle ed inquieto a cavallo di una Triumph Thunderbird in The Wild One. Ma quello era il 1953, nel 1966 le cose sono cambiate, i figli dei fiori  erano la nuova moda e nel giro di un paio di anni sarà la vecchia Europa a tornare prepotentemente in auge in campo artistico, grazie ai nuovi moti di ribellione giovanile come la Nouvelle Vague e, in seguito, il Punk inglese.

La critica dell’epoca si divise: chi vide nel film grandi pregi e chi pensò fosse l’ennesimo cliché di rozzi ubriachi, razzisti e molesti, già visti in passato nelle pellicole di Kazan e Lumet, ad esempio. La vicenda ruota intorno ad un sabato di quella che sembra essere una tranquilla cittadina, ma dove in realtà rancori, tradimenti e invidie covano appena al di sotto della superficie. Il fragile equilibrio è turbato dalla notizia dell’evasione del concittadino Bubber Revees (Redford), che diventa immediatamente la valvola di sfogo per i peggiori istinti, tanto da scatenare una caccia all’uomo di sapore western, con lo sceriffo Calder (Brando) che cerca di riportarlo in cella sano e salvo, e la moglie fedifraga Anna (Fonda) e il di lei amante, il figlio dell’uomo più ricco della città Jack Rogers, che cercano a loro volta di salvarlo. Alla fine sia Jack che Bubber moriranno, il secondo ucciso da un fanatico davanti all’ufficio dello sceriffo Calder che, picchiato e insultato per la sua onestà, lascerà la città.

La caccia è un film dotato di una potenza visiva ed emotiva che cresce, fino al tragico, inevitabile epilogo. Penn utilizza la sua "classica" bravura, senza bizzarrie, e cerca di dare coralità, cosa non semplice con figure comunque ingombranti come quella di Brando, il quale non apprezzò né la propria interpretazione né il personaggio, forse uno con pochi lati oscuri rispetto a quelli cui era abituato. Ora, come già detto, ci sono elementi che denotano una certa banalità: l’alcolismo, il razzismo, gli istinti omicidi repressi, ma queste leggerezze sono bilanciate dalle figure che animano e si sentono fuori luogo in questo teatro dell’umana follia, appena sopito sotto la parvenza della rispettabilità. Ci sono, innanzitutto, i genitori di Bubber, che cercano di salvaguardare una dignità ormai desueta e saranno costretti a perderla, come se fosse un peccato nel mondo. Anche il ricco Val Rogers è atipico per la sua capacità di comprendere la vanità dell’universo che ha creato, così come è atipica Anna, che tradisce con il ricco Jack pur amandolo veramente, da sempre, e non per i suoi soldi. Jack stesso non è solo un figlio di papà, ha anche dei valori, fosse anche solo l’amore.

Naturalmente le due figure più forti sono Bubber e Calder. Il primo, sopratutto presente nei momenti più carichi di violenza, è semplicemente vittima del fatalismo, un destino avverso il suo, che lo avvicina all’unico posto dal quale vorrebbe fuggire. Non è malvagio, solo sfortunato. Tutti lo temono perché tutti lo hanno tradito in qualche modo e, dandogli la caccia, vorrebbero sopprimere i propri sensi di colpa. Il secondo è un uomo sradicato, che vorrebbe poter coltivare la terra del padre, ceduta a Rogers per troppi debiti, assieme all’amata moglie, la dolce e comprensiva Ruby. È una persona dai saldi principi morali, onesto anche se tacciato di essere lo scagnozzo dell’uomo che lo ha fatto eleggere: l’onnipresente Rogers. Estraneo e superiore al mondo meschino dei suoi concittadini, dovrà andarsene dalla città, sempre più lontano dalle proprie radici. Si tratta, quindi, di un anti-eroe incapace di arginare la violenza umana e lontano dal Sogno Americano.

Film moderno dunque La caccia, perché cerca di descrivere il lato oscuro, animale e feroce dell’animo umano. Homo homini lupus, sempre e comunque. Si tratta, certo, di una descrizione misurata, lontana dalle urla di Ferreri o del cinema indipendente americano degli anni Settanta, se vogliamo una visione ancora “censurata” ma comunque molto esplicita, se non per l’America, sicuramente per l’Italia dell’epoca. Perché la provincia americana è un tipo universale, è ovunque ci siano ricchi infelici e poveri tristi ma frustrati, convinti che con i soldi potrebbero risolvere i propri problemi. Non sapendo invece che verrebbero amplificati e che l’unico riferimento nel mare della quotidianità opprimente, per non cedere agli istinti più bassi, è, in definitiva, solo la propria coscienza.