Questa è la mia vita

Personal Infos
Name: 
Preite
First Name: 
Marco Antonio
Category: 
cult
Language: 
Italian
Nana (Anna Karina)

Dopo aver guardato Questa è la mia vita immagino Godard, lo immagino posare la sua cinepresa e con cura catturare lo splendore del vero. Il suo è uno sguardo sulla vita come se questa fosse un rito di cui ricostruire il senso più intimo, svelandone i meccanismi: è cinema che tenta di indagare sul senso dell’esistere. Evidenti sono le teorie baziniane. Godard costruisce 12 tavole, 12 modi diversi di raccontare una vita, consapevole di poter fare cinema in modo alternativo, abbandonando la narrazione lineare per una struttura frammentata. Spesso apparecchia queste tavole con accurati piani sequenza. Bisogna prestarsi agli altri e donarsi a se stessi (Montaigne) è la citazione che introduce il tutto, e poi 12 didascalie, in omaggio al cinema muto, introducono le tavole. 

La vita di cui si parla è quella di Nana, una giovane commessa in un negozio di dischi la cui ambizione è di farsi notare nel mondo del cinema. Nulla da fare però, ben presto dovrà fare i conti con un affitto da pagare. La soluzione la trova passeggiando per un viale di periferia incrociando lo sguardo di un uomo. Ecco la soluzione: la prostituzione. Nana incontra una sua vecchia amica, Yvette. Altra giovane che condivide lo stesso destino. Yvette la presenta a Raoul. Ora lui è il suo protettore. In seguito la protagonista vorrà abbandonare la bella vita, ma sarà tardi. Il protettore tenta di rivenderla, però lo scambio finisce in tragedia.

Trama semplice e narrata con pochi e brevi episodi. Ovvia scelta stilistica che punta, invece, verso altre direttrici. Il catturare le emozioni che tralasciano gli sguardi di Nana, l’andare a fondo a comunissimi e banali gesti del vivere quotidiano, e i dialoghi, a volte non connessi alla narrazione ma che sono evidenti spunti di riflessione sul vivere. Perché è di questo che si vuole parlare: della vita. I volti di Nana: tanti, diversi e da ogni angolazione. Quasi sempre accompagnati dalla voce del suo interlocutore, a cui spesso è negato lo sguardo dello spettatore. Si devono, qui, catturare le emozioni della giovane ragazza. Fissarla, divenire partecipi delle sue reazioni e infine affondare nel suo intimo. È nella terza tavola che si raggiunge il culmine di questa ricerca. Siamo in un cinema, viene proiettato La passione di Giovanna d'Arco di Dreyer. La Pulzella d'Orléans va incontro al suo destino, la morte. Ed ecco: il volto di Nana immerso nel buio che si bagna di lacrime. Il vivere quotidiano di Nana è narrato con diversi registri. C’è la voce fuori campo di Raoul che descrive i dettagli del suo “lavoro”, mentre scorrono sullo schermo i banali gesti che condiscono le giornate della ragazza. Le strade, gli alberghi, i soldi e i lavandini. C’è Nana che sceglie una canzone dal jukebox e con allegria e malizia balla attorno ad un tavolo da biliardo. È sempre lei che, ormai spigliata, dialoga e contratta con un diffidente cliente.

Infine i dialoghi. La ragazza è in un bar, insieme a Yvette: è conscia di ciò che la vita le ha e le sta riservando. Ma Nana non soffre di vittimismo, anzi. Dice: “Alza una mano, sono responsabile”, “Sono infelice, sono responsabile”. Nella penultima tavola si trova a dialogare con uno sconosciuto, un uomo maturo e colto. Qui senza volerlo filosofeggia. “Si può vivere senza parlare?”, domanda Nana. “Dobbiamo pensare. Per pensare, dobbiamo parlare. Non si pensa in altro modo. E per comunicare bisogna parlare. È La vita umana”, risponde l’uomo. È il rito della vita.